☞ Il suon di lei

Il suon di lei appare come una grande opera poetica, che attraversa la sofferenza, pur sempre illuminata da una speranza che non si lascia fino in fondo travolgere dalla visione di una adulterata realtà, di una natura tanto amata e tanto offesa.
È stupefacente vedere come sapientemente si muova fra un moto di quasi rassegnazione e una reazione piena di forza e di sdegno. A questo proposito, durante la lettura mi è capitato spesso di pensare a Baudelaire, che si è trovato a lottare fra i prostranti attacchi dell’“indolence” e l’insopprimibile forza della “curiosité”…
Un magnifico libro di dolore che non si lascia schiacciare dal dolore, sorretto dall’estrema cura riservata all’aspetto formale, imprimendo ai singoli versi una loro indistruttibile compattezza, una solida autonomia e unità, per poi assicurare il loro rapporto con gli accordi della rima, della “cara rima”, e delle assonanze.
In ogni sua parte il libro afferma la potenza della Poesia.
Questo è alla fine il suo indistruttibile valore. È una Poesia che consente di guardare con penetrazione, con lucidità e commozione, con autentica forza “lirica”, la realtà, tutto quel mondo costiero e adriatico che ha accompagnato e nutrito una vita, portandola a pronunciare il magnifico e struggente endecasillabo “Senti rifarsi gli anni morti in cuore”.
Così mi hanno particolarmente incantato, fra le molte altre, poesie come Alla nuova gioventù, La sera della vita, Il suono della scogliera, Al vertice dell’arsione, Fine della scuola, Il Diavolo sul viale, Lezione all’aperto (bella e importante), Al vivente Vincent (con quel magnifico “ostinato” in -esa, che poco dopo torna in Carpe somnium), L’accento nativo e potrei continuare a lungo, fino alla bellissima Aria del Dopostoria
È una poesia che affascina non solo per la sua solidità, ma anche perché ha respiro, perché con sincerità e trepidazione porta a sporgersi sull’Ignoto, facendo partecipare nell’intimo e con passione il lettore al suo intenso itinerario, dalla “gioventù da sempre sconfitta” al “suon di lei”. Così mi ha fatto piacere leggere, su “La Lettura”, la bella e giusta recensione di Galaverni.
Alla luce di ciò, quanto è grande lo struggimento quando si arriva a leggere l’angosciata domanda: “Da questo castello di poppavia / Su cui alzammo la vela corsara / Tu issi ancora la bandiera o Poesia / Contro la classe più schiava e più bara?” (Dalla mansarda). Se non ci fossero queste premesse, se non fossero riaffermate queste solide garanzie, sarebbe poi difficile cogliere con pienezza il vero senso delle successive “confessioni d’un italieno”, che tanto bene denunciano il “deserto scaltro” di tanta attuale editoria, in questo tempo del “cosmo distrutto” e del ritorno al “nero ieri”.

Mario Richter (Padova)


Il suon di lei illumina le notti, di luce, e mare, e musica, e fiume, e vento, e poesia pura, limpida come l’interno del silenzio, lì ad ascoltare tutti quegli endecasillabi come onde, il loro mareggiare, e infinitamente tornare, e infinitamente naufragare, dolcemente naufragare dentro al suon di lei, sorridente, delicato, che non finisce mai di ri-sonare…
Un libro che ha bisogno di essere riletto e riletto, perché è pieno di profondità, di abissi in cui sprofondare; perché quella musica, dagli endecasillabi ai settenari, la cantano, in questo capolavoro, Giacomo e Gioachino, come la musica del Medio Adriatico, lontanamente greca, argonautica, fino a raggiungere Venezia, Venus/Attica…
Capolavoro della lirica italiana d’oggi, Il suon di lei, senza più punteggiatura, pause, camminando sul mare in quartine-gabbiano, quartine-cefalo, nel fiato infinito del vento e della luce, inarrestabilmente, come il mare…
Che cosa ha perso Einaudi, ma così il libro è stupendo, e fuori da quell’impaginazione ormai “morticina” della bianca…
Roversi sarebbe ed è felice del suon di lei, e canta con noi, “quest’ultimo libretto offrendo verde”, quest’ultimo libretto qui tenendo in mano, con gratitudine…

Giuliano Scabia (Firenze)


Il suon di lei sin dal titolo mi ha coinvolto molto per varie ragioni. Anzitutto per il respiro della composizione musicale – che è musica dell’anima, dei suoi strumenti – e della scansione poetica, insieme classica visivamente e ricca di risonanze e belle dissonanze nel teatro dell’interiorità…
Poi perché si tratta di un prezioso liber vitae: tutte le “stagioni” vi trascorrono con la loro luce, i loro lutti, le loro speranze.

Antonio Prete (Siena)


Che dono bellissimo e quale grande segno augurale in questo tempo di pena Il suon di lei, qualcosa di luminoso nel buio di questo anno che muore, finalmente…
È molto bella la nuova veste editoriale, così sobria e insieme attraente, e splendido il titolo – sicuramente frutto di una lunga, intensa riflessione – da subito tanto commovente e coinvolgente per chiunque ami la grande poesia italiana, il suo suono. Perché accanto al ricordo netto e luminoso dell’Infinito leopardiano suscita la nostalgia della musica (e non della “musicalità”) melodiosa e civile della nostra migliore poesia del novecento.
Libro bellissimo, che conferma il valore di un lungo percorso poetico, un valore sicuro per chi ha avuto la fortuna di poterlo seguire da sempre, e, sì, credo che sia un punto d’arrivo, ma certo non l’ultimo (nel senso di ultimo): ci si aspetta ancora tanto, su questa stessa linea.
Anche perché serve, nel senso più nobile e dignitoso, come si legge a conferma in un libro di Leonard Cohen: “E se si deve esprimere la grande, inevitabile sconfitta che attende tutti, ciò deve essere fatto entro i rigidi confini della dignità e della bellezza…”.

Walter Cremonte (Perugia)