☞ Glocal a confronto

La partita la gioca lui, ma la giochiamo anche noi

Stefano Rolando

Gli abituali scambi di idee, in periodo di Coronavirus si focalizzano sulle dominanti – ogni giorno diverse – di un apprendimento inaspettato. Ogni giorno ne impariamo una nuova.
Con Piero Bassetti il più delle volte è lui che ha fatto la scoperta, lui che facendo nascere un nuovo spunto ne ha sotterrato uno più obsoleto, lui che ha calamitato un rigo sorprendente dentro un’intervista o nelle pieghe di un libro appena uscito. Così come ha catturato una parola riposta in un lungo discorso di qualcuno in cui coglie aspetti imprevisti.
In questi giorni per esempio è la parola pronunciata da Papa Francesco “discernimento” che mette più in movimento le sue coerenze e le sue discontinuità.
Così che alla fine, perdurando il lockdown e ritrovandoci più padroni del tempo, viene il momento di mettere a sistema (sotto le tre ore non vale la pena) le tante percezioni di questo ormai lungo cantiere (ottanta giorni) nel quale Bassetti non ha nessun imbarazzo – tutto intellettuale – a dire che ha fatto esperienze interessantissime. E sì che il punto di partenza dovrebbe essere invece cupo (comincio col dirgli che Covid ce l’ha con i vecchi e con i lombardi e non fa una piega). E anche il contesto di arrivo dovrebbe essere pesante (dice lui che il punto di caduta delle prospettive più probabili potrebbe essere “tragico”).
Malgrado ciò l’approccio è alla scoperta di troppi rovesciamenti cognitivi per non trovare “sconvolgente” il quadro persino assurdo in cui lui, come altri, non si sono piegati a un vissuto attonito degli avvenimenti ma hanno prodotto ogni sforzo possibile per capire il virus, il suo contesto, la sua velocità e la sua vitalità. “E siccome – dice – la vitalità non è la carta migliore di Covid 19 perché è tra i pochi a morire se non trova l’adattamento in una cellula vivente, trovata la quale risorge, la sua cellula preferita, cioè noi stessi, assume un pari interesse. Visto che la partita la gioca lui ma la giochiamo anche noi”.
Abbiamo l’abitudine di spaziare. Lui anche l’arte di farlo. Parlammo di unità d’Italia nel centocinquantenario. Pareva un tema stringente. Finì per essere una variabile. Dedicammo ormai sei anni fa una lunga conversazione a Milano e quel dialogo finì a tenere insieme – in un libro battistrada (Citytelling) pubblicato dalla casa editrice della Bocconi – un tema di metodo, come raccontare modernamente le città; e un interrogativo su un tema non scontato: come saprà narrare Milano la sua trasformazione epocale, cioè quella post-industriale? Nel 2011 gli chiesi di assumere la guida di un primo gruppo di cinquantuno milanesi progressisti che ritenevano necessaria la discontinuità politico-amministrativa a Milano. Mi rispose che lui “la secchia l’aveva già posata da un pezzo”. Poi non si risparmiò e tuttora parla di quell’esperienza con entusiasmo.
In questi giorni le distanze dell’isolamento sono facilmente aggredibili con una telefonata. Abitualmente si trova chi si cerca. Telefonata che ho fatto a Piero Bassetti dopo alcune sue prese di posizione (l’ultima sul “Corriere”) sugli argomenti dominanti. Le sue riflessioni sono, come sempre, senza perifrasi e taglienti. Piacciono ai giornalisti. Ma c’è molto sotteso in questi interventi, a causa del format breve. Così la proposta è di tenere insieme, in un format più ampio, diversi ambiti del suo perimetro di pensiero. Compreso un certo capovolgimento di pensiero riguardo la città di Milano. Al tramonto del secolo scorso scrisse Milanesi senza Milano (Mursia, 1999) che rifletteva una fase di smarrimento identitario della città. Titolo che probabilmente oggi ribalterebbe.
Il dialogo scorre su tre piani. Chi pone questioni e chi risponde, il piano razionale in cui si annodano memoria e tragitto. E poi, i “glocal a confronto” – come dice il titolo – dialogo simbolico, immaginifico, tra due modalità di metodo. E ancora quello di una voce rispetto a una comunità di riferimento. Non molte voci si sono levate per interpretare – nei giudizi, nelle definizioni, nelle citazioni – un quadro di interessi comuni. Può stupire, ma è degno di nota, il senso di responsabilità che Piero Bassetti esprime in questo terzo livello di dialogo. Assumendosi il peso meditato di valutazioni e di proposte. Anche se si tratta della memoria di una responsabilità vissuta nel tempo, formalmente non più esercitata, ma politicamente all’erta.
Questo dialogo avviene nel quadro di un monitoraggio permanente che la mia Università (lo IULM a Milano) mi ha sollecitato a svolgere fin dai primissimi momenti della crisi Coronavirus. All’inizio per orientare studenti, comunità interna e alcuni soggetti esterni sull’interpretazione delle linee emergenti del dibattito pubblico e in particolare nella rappresentazione mediatica. Poi con carattere più ampio e con coinvolgimento di figure significative circa molteplici e diversi sguardi alla crisi e ai suoi intrecciati risvolti.
Ecco dunque l’approfondimento svolto con Piero Bassetti tra fine maggio e i primi di giugno.