⭕️ La storia dell’architettura

Appendice 2008-2018

Il 14 settembre del 2008 apre a Venezia l’undicesima Mostra Internazionale di Architettura. È diretta da Aaron Betsky e ha per titolo Out There: Architecture Beyond Building. Nella manifestazione non mancano architetture innovative e vi è pure una sezione, curata da Emiliano Gandolfi, dal titolo Experimental Architecture. È il canto del cigno della sperimentazione. Il clima culturale sta cambiando. Ovunque si registra una crescente protesta contro lo Star System che, pur con tutte le sue ambiguità, è il principale motore della ricerca formale. Come sempre succede in queste circostanze anche le star, per non apparire tali, si rifugiano in un sempre più strombazzato impegno sociale ed ecologico, nell’universo consolatorio e assolutorio del politically correct e delle buone intenzioni. E, difatti, il titolo della biennale successiva, affidata alla curatela della giapponese Kazuyo Sejima, è People Meet in Architecture. Quella del 2012, affidata a un sempre più reazionario David Chipperfield, è Common Ground. La tesi sottintesa è che si è conclusa l’epoca nella quale ciascuno canta da solista. Se la disciplina vuole sopravvivere, occorre una nuova fase in cui si pongano le premesse per un linguaggio comune e condiviso. Che naturalmente nessuno, se non a parole, ha la minima intenzione di condividere, come testimoniano gli stessi progetti in mostra. Nel 2014 è il turno di Rem Koolhaas che rilancia al ribasso. La mostra si intitola Fundamentals. Al posto degli architetti, che per la prima volta nella storia della Biennale non sono invitati, gli elementi costruttivi dell’edilizia: scale, solai, ringhiere, servizi igienici. L’obiettivo sembra essere quello di recuperare il rapporto con le cose, con la concretezza del mestiere. In realtà è un’operazione snob e manierista tutta incentrata sull’ego del curatore stesso. Come testimonia una piccola mostra curata da Koolhaas sul Michelangelo della Laurenziana che, appunto, usa gli elementi dell’architettura per stravolgerli. Il gioco, come si vedrà anche nelle sue opere successive, è in fin dei conti scoperto: occorre negare la moda facendone una nuova, essere poveri giocando con il lusso, rifiutare i linguaggi costruendone di nuovi. Con tecniche manipolatorie non dissimili da quelle utilizzate dai grandi marchi dell’abbigliamento, per esempio Prada con il quale, oltretutto, Koolhaas attiva collaborazioni intense e fruttuose. Sempre sull’ambiguità si muove la Biennale del 2016 curata da Alejandro Aravena, un progettista cileno che mostra di sapersi muovere con astuzia ed eleganza cavalcando l’edilizia sociale destinata ai più umili e, insieme, l’architettura per i grandi committenti. Nel 2018 750 si tocca il punto più basso della retorica delle buone intenzioni con la coppia irlandese Yvonne Farrell e Shelley McNamara dello studio Grafton. Reclamano architetture per il Freespace che, però, non si capisce esattamente cosa sia: se lo spazio pubblico e gratuito contrapposto a quello utilizzato dai privati a fini commerciali, se lo spazio multifunzionale aperto a usi imprevisti, se lo spazio multi-senso della poesia o se, semplicemente, un habitat che genericamente ci aiuta a sentirci liberi. Il risultato è che ogni espositore interpreta il tema a modo suo e si alternano architetti operanti nel terzo mondo con vecchi e giovani marpioni che realizzano architetture commerciali, utilizzando indifferentemente ogni tipo di tecnologia e di linguaggio.
Che gli anni che vanno dal 2008 al 2018 siano dominati dalla retorica, dalla paura e dall’incertezza lo testimonia il premio Pritzker, considerato il Nobel dell’architettura. Se nel lasso dal 2004 al 2008 lo ricevono architetti che si muovono, in un modo o nell’altro, verso l’innovazione e la sperimentazione quali Zaha Hadid (2004), Tom Mayne (2005), Richard Rogers (2007) e Jean Nouvel (2008), negli anni successivi è il turno del lirico Peter Zumthor (2009), degli iperminimalisti Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa (2010), del siziano Eduardo Souto de Moura (2011). Non mancano aperture ai paesi emergenti: il cinese Wang Shu (2012) e il cileno Alejandro Aravena (2016). L’omaggio dovuto ai giapponesi: Toyo Ito (2013) e Shigeru Ban (2014). La riscoperta di vecchi maestri, quasi a sottolineare la mancanza di nuovi: Frei Otto (2015) e l’indiano Balkrishna Doshi (2018) che è stato, addirittura, un discepolo di Le Corbusier. E, privilegiando la materia rispetto alle nuove tecnologie, il gruppo RCR composto da Rafael Aranda, Carme Pigem e Ramon Vilalta (2017). Una scelta impeccabile, considerata la qualità del lavoro del gruppo spagnolo, ma che testimonia in maniera inequivocabile come sia cambiato il mood rispetto ai primi anni del Duemila. Nonostante la retorica inevitabile delle manifestazioni, delle mostre e dei premi, le principali direzioni di ricerca sembrano essere le due delineate nel decennio precedente: rapporto con la natura e commistione con l’arte.
Nella prima direzione per originalità di ricerca emergono un collettivo indiano, Studio Mumbai, e lo studio vietnamita Vo Trong Nghia Architects. In entrambi i casi si tratta di progettisti che lavorano con intelligenza e creatività con la tradizione locale ma attualizzata attraverso il filtro occidentale: Vo Trong Nghia ha studiato all’università di Tokyo e Bijoy Jain, fondatore di Studio Mumbai, ha una lunga frequentazione con la Columbia University a New York. Il risultato è un nuovo esotismo che ripete la ricorrente storia dell’astuto selvaggio che mostra allo straniero quello che lui vuole vedere. E difatti Studio Mumbai riprende l’architettura di Frank Ll. Wright e Vo Trong Nghia utilizza il bambù con l’abilità di un metabolista o di un Toyo Ito.
L’occidente si mostra sempre più assetato di ecologia e del verde che ne è il segno tangibile. Da qui la trasformazione dei simboli della civiltà industriale in nuovi spazi del tempo libero, del benessere fisico e 751 della salute, come è accaduto con la High Line di New York: un’infrastruttura in disuso che attraversava Manhattan recuperata, con successo di pubblico, come promenade verde, su progetto dello studio Diller Scofidio + Renfro. La prima sezione è stata aperta nel giugno del 2009 e le successive nel 2011 e nel 2015.
A Milano ha successo il Bosco verticale, un grattacielo nascosto da una folta vegetazione, ideato da Stefano Boeri e realizzato tra il 2009 e il 2014. Nonostante gli evidenti debiti con opere precedenti ideate da Site, da Emilio Ambasz e dal francese Edouard François, il Bosco verticale ha suscitato in Italia e all’estero un’attenzione che da tempo era negata alle opere di architettura. Perché promette un futuro tecnologicamente avanzato e, insieme, sostenibile: fatto di orti, di alberi, di commercio equo e solidale, di slow food e di cibo autentico.
Non sono ovviamente mancate le polemiche sulla non naturalità, la retorica e il costo, in termini di manutenzione, del progetto. A favore gioca, però, la considerazione che nell’area si sono potuti inserire 800 alberi, 4500 arbusti e 15.000 piante per una superficie complessiva di circa 20.000 metri quadrati, molto più dell’impronta a terra occupata dalle torri. Interessanti le non poche questioni linguistiche suscitate dal progetto e da molti altri – non c’è studio di architettura che oggi non si muova lungo questa direzione, compreso lo studio Piano con il suo Vulcano buono del 2007 – in cui il verde vada oltre l’episodica ornamentazione. Sempre più spesso è l’intero edificio a scomparire, mimetizzandosi con il contesto. A volte con eccellenti risultati, come è avvenuto con le cantine Antinori completate nel 2014 dallo studio Archea: 49.000 metri quadrati per 287.000 metri cubi interrati e accessibili attraverso un taglio nella collina che fa pensare a una gigantesca opera di land art.
In questa prospettiva neo-ecologica è da inquadrare la crescente attenzione del mondo dell’architettura per progettisti operanti in realtà prima esterne al dibattito architettonico. In particolare i paesi dell’est, dal Vietnam alla Cina, e i paesi dell’America Latina. Dicevamo di Aravena. Insieme a lui, altri architetti latino-americani sono balzati alla ribalta. Per esempio i brasiliani Paulo Mendes de Rocha e Marcio Kogan: il primo nel 2006 è stato premiato con il Pritzker e il secondo nel 2012 è stato eletto membro onorario dell’American Institute of Architects. I cileni Mathias Klotz e Smiljan Radic al quale nel 2014 è stato dato l’incarico di realizzare a Londra il Serpentine Gallery Pavilion. Incarico che nel 2018 è stato assegnato alla messicana Frida Escobedo. Vi è, infine, il colombiano Giancarlo Mazzanti che riesce a mettere insieme il miglior brutalismo architettonico con i temi della sostenibilità ambientale.
La seconda linea di ricerca punta alla commistione tra architettura e arte. Un processo che non avviene a senso unico in quanto sempre più spesso ci sono artisti che si impegnano a produrre opere di architettura. Per esempio Olafur Eliasson con una casa fortezza, la Fjordenhus in Danimarca, o Anish Kapoor che a Napoli ha progettato una fermata della metropolitana, all’interno di un progetto che ha visto architetti 752 e artisti lavorare fianco a fianco (tra le stazioni più rilevanti, la Toledo disegnata da Óscar Tusquets e Università disegnata da Karim Rashid). Esecutori raffinati sono gli olandesi MVRDV con la loro ansia sperimentale: dal mattone trasparente per la boutique Chanel di Amsterdam, che serve a ricostruire una facciata storica con garbo filologico e senza cadere nel facile mimetismo imposto dagli organismi di tutela, alla Market Hall a Rotterdam (2014) in cui architettura e arti figurative convivono. La grande volta interna ospita infatti un gigantesco dipinto iperrealista; occupa una superficie totale di 11.000 mq ed è stato disegnato dagli artisti Arno Coenen e Iris Roskam. Rappresenta una cornucopia con dentro i prodotti che si possono acquistare al mercato e sono rappresentati fiori e insetti che citano le nature morte olandesi. Vi è poi la biblioteca disegnata in collaborazione con TUPDI (Tianjin Urban Planning and Design Institute) a Tianjin Binhai in Cina e inaugurata nel 2017. È caratterizzata da strisce sinuose: alcune, accessibili, fungono da scaffale per i libri mentre in altre, inaccessibili, i libri sono solo stampati, con effetto realistico.
A cavallo tra arte e architettura si muovono, con giochi sempre più raffinati, Herzog & de Meuron: per esempio con la Caixa Forum completata nel 2008. I progettisti recuperano una centrale elettrica di due piani in mattoni. Tagliano, per ricavare una piazza coperta sottostante, il basamento in granito; e sopraelevano l’edificio di alcuni piani aggiungendo al corpo in mattoni uno rivestito in acciaio corten.
L’effetto è spiazzante: la preesistenza è accettata e negata. Accettata perché continua a essere il nucleo figurativo principale del nuovo edificio; negata perché decontestualizzata e privata di ogni ragione costruttiva. Non si potrebbe immaginare, nonostante l’ineccepibile recupero (che ha comportato le operazioni canoniche di evidenziare l’antico mettendolo in contrasto con il nuovo) un atteggiamento più cinico nei confronti della storia del manufatto.
Il progetto di Rem Koolhaas per la Fondazione Prada a Milano, inaugurata nel 2015, mostra un atteggiamento non meno cinico. Apparentemente il restauro di una distilleria del 1910 è eseguito rinunciando all’aura autoriale. Ma l’inserimento di alcuni frammenti moderni e il rivestimento in foglia d’oro di un blocchetto edilizio capovolgono il senso dell’intervento generando un progetto perfetto per la sede della Fondazione di una casa di moda che gioca sulla strategia di un eterno presente dal quale emergono tracce di un passato oramai romanzato e artefatto. Del resto, da diverso tempo, l’oro abbonda nelle ceramiche, nei mosaici, negli oggetti d’uso. Ha infatti il dono, rispetto agli altri colori, di mettere tra parentesi la realtà dell’oggetto sospendendolo in uno spazio ideale. E così la Fondazione Prada mette insieme i frammenti di un immaginario che va da Operazione Goldfinger di Ian Fleming alle Piazze d’Italia di Giorgio de Chirico.
Vi sono poi i giapponesi: Kengo Kuma e Shigeru Ban. Viaggiatori infaticabili, in tutto il mondo sperimentano nuove tecnologie: dal cartone alle fibre di carbonio. Con opere di grande intensità poetica e di notevole intelligenza costruttiva: si pensi all’uso del cartone per gli alloggi 753 post-terremoto ideati da Ban e che devono più di quanto appaia al magistero di Buckminster Fuller.
Su linee più formaliste si muovono gli architetti giapponesi della generazione successiva, in bilico tra un minimalismo portato alla estrema semplificazione geometrica e l’apertura alla natura goduta attraverso il gioco delle trasparenze. Tra questi ricordiamo Sou Fujimoto, Atelier Bow-Wow, Junya Ishigami.
Per quanto l’hyper minimalismo giapponese abbia un notevole influsso e un non minor successo, le due figure che emergono nel decennio 2008-2018 sono europee e si muovono verso tutt’altre direzioni. Sono il danese Bjarke Ingels e il britannico Thomas Heatherwick.
Bjarke Ingels fonda il suo studio BIG (Bjarke Ingels Group) nel 2006, dopo la partnership presso PLOT con Julien De Smedt (entrambi avevano lavorato allo studio OMA di Rem Koolhaas, dove si erano conosciuti).
Obiettivo di BIG è sfruttare gli aspetti contraddittori di un progetto utilizzandoli come opportunità per schemi inclusivi, sperimentali, innovativi dove alla logica dell’o/o si sostituisce quella dell’e/e.
E dove la logica del profitto non è giudicata in termini moralistici. Da qui l’attacco della critica benpensante che vede con sgomento un termovalorizzatore nell’area centrale di Copenhagen il cui tetto si trasforma in una pista da sci, un garage per automobili che ospita case a patio che guardano sulla natura (Mountain Dwellings, 2008), un centro residenziale per poco meno di cinquecento abitazioni che, utilizzando geometrie non banali, diventa una complessa promenade architecturale (8 House, 2011).
Heatherwick ha acquistato notorietà per progetti non meno controversi quali un ponte che si attorciglia su se stesso, il Rolling Bridge (2002); il padiglione britannico all’Expo del 2010 caratterizzato da un rivestimento a riccio con circa 60.000 filamenti di fibra ottica che ospitavano altrettanti semi di specie diverse di piante; il nuovo autobus panoramico Routemaster disegnato appositamente per Londra. In tutti i progetti dello studio sperimentazione, natura, design si articolano annullando confini disciplinari dati per assodati: arredamento, scultura, arte, product design, moda.
Se in questi anni si sono affermati autori come Bjarke Ingels e Thomas Heatherwick con progetti innovativi, non sono mancati capolavori realizzati da architetti da tempo affermati. Il Louvre Abu Dhabi, inaugurato l’8 novembre del 2017 testimonia, se ce ne fosse ancora bisogno, la bravura di Jean Nouvel nel realizzare edifici sensibili alla luce, riprendendo una tradizione che parte dagli impressionisti e passa per la Fondazione Cartier, il suo indubbio capolavoro.
La Fondation Louis Vuitton a Parigi, completata nel 2014, è l’ennesima dimostrazione della bravura di Gehry e della sua inesauribile capacità di generare immagini e icone sorprendenti, con un’esecuzione accurata sino al controllo della vite. A testimonianza di quanto le nuove tecnologie, se solo si volesse, possano rivoluzionare il mondo della costruzione. Un atteggiamento questo che, come abbiamo visto, 754 in un decennio segnato dalla crisi, sembra essere tornato minoritario. La Elbphilharmonie ad Amburgo di Herzog & de Meuron, completata nel 2017 dopo oltre dieci anni di polemiche e una quasi incontrollabile escalation dei costi, mostra ancor più della Caixa di Madrid come nuovo e antico possano convivere integrandosi solo attraverso lo scontro, il conflitto e una dialettica che, alla fine, arricchisce entrambi. Un destino certamente paradossale per i due architetti svizzeri che erano cresciuti sotto l’insegnamento del tradizionalista Aldo Rossi.
Non sono mancate nel decennio opere importanti realizzate da altri studi quali OMA, Fuksas, Renzo Piano Building Workshop, Rogers Stirk Harbour + Partners, da un sempre più estetizzante Santiago Calatrava o dallo studio Hadid che, dalla morte della grande architetto, avvenuta il 31 marzo del 2016, è guidato dal suo ex partner Patrik Schumacher. Una morte drammatica se pensiamo che Hadid stava finalmente eseguendo grandi progetti in tutto il mondo: grattacieli, stazioni metro, ponti, centri commerciali, complessi sportivi tra i quali il London Aquatics Center per le Olimpiadi del 2012 e uno stadio completamente in legno per il Forest Green Rovers Football Club. Nei prossimi anni saremo in grado di capire se la scomparsa di questa protagonista della rinascita architettonica degli anni Novanta segnerà simbolicamente la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova.