⭕️ Un’idea più grande di me

“Nella prefazione all’edizione definitiva del suo volume di conversazioni con Alfred Hitchcock, François Truffaut ha scritto che l’idea di intervistare a lungo il grande regista cinematografico è nata dalla frustrazione di un giovane cineasta, con un recente passato di critico (e quindi ancora in preda a una matta voglia di “convincere”), nel vedere clamorosamente travisato dalla critica statunitense il successo di un regista che lui riconosceva come un maestro. «Se avesse accettato, per la prima volta, di rispondere a un insieme sistematico di domande, si sarebbe potuto scrivere un libro in grado di modificare l’opinione dei critici americani», pensava Truffaut, che avrebbe annoverato per sempre Il cinema secondo Hitchcock tra le sue opere principali, alla stregua dei film più importanti che ha firmato.

Credo di poter dire che una simile presunzione abbia animato anche me nell’accettare la proposta di Armando Punzo e di Luca Sossella di approfittare del dialogo cominciato con Armando nel 2012, per realizzare un libro che provasse a illuminare molti degli equivoci che circolano intorno al suo lavoro in carcere e alla sostanza della sua arte. In qualche modo, dentro di me, volevo scongiurare il pericolo che la realtà potesse vendicarsi della sua hybris tramandando male la sua storia, ovvero consolidando le tante letture che, nell’elogiare con slancio e in buona fede le ricadute sociali dell’esperienza con la Fortezza, hanno tralasciato di mettere a fuoco con scrupolosità e precisione i caratteri straordinari della sua ricerca schiettamente artistica. Queste le premesse. Nei fatti le cose sono andate oltre. Il rigore e la costanza con cui abbiamo preso a registrare, sbobinare, smontare e rimontare le interviste per due anni hanno sprigionato, come succede in certi tuffi santi che cambiano la vita, una indescrivibile passione per il confronto. Lui aveva bisogno di raccontarsi, io di scrivere finalmente una storia e di chiedere cose che non avrei mai chiesto ad altri con tanta cavillosità. Il lavoro è andato avanti molto più a lungo del previsto, orientato anche dall’umore e dai sentimenti, intrecciandosi a mesi, anni di vita complessi, proprio mentre in me si faceva irrimandabile la resa dei conti con quel senso di angoscia, insoddisfazione e infelicità che attanaglia buona parte della mia generazione. Proprio come Truffaut con Hitchcock, ho provato a trattare Punzo come Edipo con l’oracolo. Tra una domanda sulla recitazione, e un’altra sulla regia, l’ho interrogato sulle questioni più dolorose che mi venissero in mente, ricevendone in cambio non consigli vaghi e saccenti, ma esempi tratti dalla sua esperienza, un richiamo costante al fare, alla misura concreta del lavoro. Un metodo. Penso di poter dire, infatti, che se un insegnamento veramente prezioso si può ricavare dall’autobiografia di un artista ossessivo che riformula da trent’anni la stessa domanda su di sé e sui propri limiti, è che la “pratica”, oggi più che mai, è l’unica soluzione possibile per forzare il reale e modificare davvero un pezzo di mondo; che in questo universo sconfinato dove sembra di poter fare tutto e ogni cosa appare sempre troppo poco, dove successi e sconfitte solo supposti, pensati, fantasticati, ci paralizzano e consumano, dove idee e processi non sono mai veramente nostri, dove la vastità del possibile rende insignificante ogni realizzazione – individuare una pratica precisa, fisica, concreta, e insistere per sempre, dedicarle una vita intera, è una via lastricata di rinunce ma anche di momenti di intensa felicità.”

Rossella Menna